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I Film

CANNES 2013: Inside Llewyn Davis
di Joel e Ethan Coen, con Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake e John Goodman. USA 2013

Benvenuti nella New York del 1961 ma soprattutto bentornati nell’universo filmico di Joel e Ethan Coen. La nuova pellicola dei celebri fratelli s’ispira dichiaratamente alle vicende biografiche del musicista folk Dave Van Ronk precursore di Bob Dylan e molti altri, narrate nel suo memoriale The Mayor of MacDougal Street. Ma soprattutto regala agli appassionati del genere un nuovo protagonista dal look stracciato da inserire a pieno titolo nella lista dei “loser doc” da sempre celebrati dallo stile Coen. Questa volta però a rubargli la scena è un bel gattone dal pelo rosso (praticamente la controfigura di Garfield) e dal nome sibillino (Ulisse) coinvolto, suo malgrado, nel classico turbinio di situazioni surreali ai sottili “confini della realtà” e inserito strategicamente, a detta dei Bros, “per dare una parvenza di continuità a una sceneggiatura sgangherata che gira su se stessa senza andare veramente da nessuna parte”. Proprio come il suo sfigatissimo protagonista condannato a vagabondare senza meta tra divani/giaciglio, cene a scrocco, gravidanze indesiderate e “seminate” qua e là, passaggi in auto attraverso paesaggi gelati e raggelanti, coloriti solamente dall’inquietante carrellata umana di personaggi da incubo notturno, per poi ritornare sconfitto esattamente al punto di partenza. Sfortunatamente la condanna principale di Llewyn Davis (oltre che dal cinismo intelligente e strategico dei Coen) è data da un oggettivo accanimento della sorte ma soprattutto da se stesso, dalla sua cattiva attitudine e dal suo scarsissimo “appeal”. Talmente ai limiti del gradevole che pure lo spettatore fatica a volergli bene e il meccanismo di empatia - normalmente forza motrice all’origine di qualsiasi storia - rimane inceppato (personalmente ad esempio non gli perdono di aver abbandonato il gatto!). Quest’odissea tragica a ritmo folk è magnificamente e sapientemente confezionata dai due autori che da sempre si distinguono per il gusto impeccabile della messa in scena, ma che in quest’occasione rischiano anch’essi di girare a vuoto a forza di riutilizzare per l’ennesima volta gli stessi ingredienti (quelli che li hanno fatti conoscere e amare ma che non possono divenire scontati). Insomma, si sa che anche invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia e i Coen, da bravi fabbricanti di favole dovrebbero saperlo più degli altri. Inconsapevoli quindi impossibile, ma molto furbi sì.

A pensarci con affetto potrei paragonare questa storia a un macaron, il pasticcino tipico francese dai mille sapori e colori ma dall’unica e inconfondibile conformazione arrotondata.
L’aspetto è accattivante e variopinto, i gusti spaziano dallo stucchevole, all’amaro transitando per il salato e la consistenza croccante si trasforma una volta in bocca da gommosa in evanescente. Il macaron nonostante l’aspetto essenziale pare non sia per niente facile da realizzare. Esperienza, precisione e tecnica, nonché un attrezzatura adeguata, sono assolutamente necessarie. Forma immutabile, ridondanza, policromia e grande stile. Proprio come un tipico film dei Bros.

Eleonora Tosti

 

 

 

 



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