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I Film


CANNES 2011: Le Havre
di Aki Kaurismäki, con André Wilms e Kati Outinen

Lo so prima ancora che accada: quest’ultimo lavoro del regista finlandese autore di film bellissimi (e passati, eravamo negli anni ‘90) come “La fiammiferaia”, “Ho affittato un killer” e “Vita da Boheme”, con quest’ultimo “Le Havre”, che esce dopo cinque anni di silenzio, vincerà qui al festival qualcosa, probabilmente d’importante: ne parlano tutti bene, soprattutto i colleghi. Avrete capito che a me, invece, il film non è andato giù, e proprio perché è nato per piacere al mondo intero con quella sua ironia poco impegnativa (ben diversa dalla passata, che partiva da Tati per andare a Chaplin, passando per Buster Keaton), e soprattutto quel suo imbarazzante buonismo (a Roma lo definirebbero “paraculo” - io però, che romano non sono, mi astengo dal farlo) che dà un futuro a: un artista “felicemente” ridottosi a fare il lustrascarpe; alla moglie, che sconfigge la povertà e la morte peggio che fosse un supereroe; a un clandestino (guarda un po’, di colore) che sembra avere due lauree, tanto è bravo e carino. L’applauso in sala è stato scrosciante, e si giustifica col bisogno di speranza e leggerezza che regna in tutti quanti noi, abituati come siamo a vedere il dramma nella vita e pure al cinema; peraltro si può “sperare”, e commuoversi, e “vedere positivo”, e pure abbandonarsi al fiabesco, anche senza rinunciare all’intelligenza, e soprattutto alla sincerità…

Il film, nel suo cercare di “arrivare” a tutto e a tutti, sembra un uvaggio di quelli furbetti che hanno insieme così tanti vitigni che alla fine non si capisce più niente, all’interno di una gradevolezza senza coraggio e soprattutto senza identità. Un esempio? Il bianco “Campo vecchio” di Castel De Paolis, produttore laziale, che mette insieme Malvasia Puntinata, Bombino, Bellone, Grechetto, Pecorino, Romanesca… mica ci saremo dimenticati qualche altro vitigno ancora?

Marco Lombardi


Potiche