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Le vostre recensioni

Spaghetti al nero di seppia


Lucida, buia, introspettiva e muta. Compatta massa da comprendere, da indagare.
Eccoli davanti a me. Fumanti. Scuri come petrolio: spaghetti al nero di seppia. L’impatto visivo è forte e disorientante. Una dichiarata sfida alla vista.
E’ il seducente profumo che invoglia e convince il cieco olfatto.
Intimidita da questo luminoso nido oscuro non ho più scelta. Combatto ogni visivo pregiudizio, ogni morale prudenza, ogni razionale avvertimento e arrotolo con cura attorno al mio tridente gli scivolosi lacci corvini e brillanti.
Chiudo gli occhi.
Oltre lo stupore di mare, il palato segue le piste della tattile sensazione di cremosa pastosità che fronteggia e compete con la morfologica frantumazione degli spaghetti, disordinata e confusionaria. La mia mente arriva lontano fino alle scomposte scenografie del “Il Gabinetto del Dottor Caligari”, Robert Wiene, 1920, vertice di poetica Espressionista. Manifesto cinematografico di vivida e oscura ansia. Oniriche e tenebrose le ombre allungate invadono minacciose le scenografie oblique e dipinte da nero smalto. Scenografie teatrali di piani spezzati, di vertigini, di spigoli e di vicoli ciechi.
Un labirinto allucinatorio buio di paura figlio del suo tempo che genera una corrente che grida le oppressioni e le fobie dell’uomo vittima della Grande Guerra.
Una corrente che grida a un mondo cieco e sordo.
Una corrente da comprendere, da indagare come questa compatta massa di spaghetti al nero de seppia: scuri e oscuri vortici, introspettivi, disperati e drammaticamente muti.

Sara (Master Gambero rosso 2011)



Profumi e consistenze, da “sentire” a occhi chiusi… proprio come quando si sta dentro una sala cinematografica, avvolti dal buio. È affascinante, questa tua lettura… come ci sentiremo la prossima volta che avremo di fronte questo piatto? ☺

Marco


Potiche