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I Film

This must be the place
di Paolo Sorrentino, con Sean Penn, Frances McDormand, Eve Ewson (Italia, Francia, Irlanda 2011)
uscita in Italia: 14 ottobre 2011

Ce ne fossero di film come questo. Ce ne fossero di registi (ma sì, diciamo pure “di autori”) come Paolo Sorrentino che sono sempre alla ricerca del nuovo, confermando una propria identità stilistica che rifugge le mode e le omologazioni. Chi lo ha seguito dai tempi de “L’uomo in più” lo sa, chi s’è visto anche solo il “Divo” può intuirlo. Ed è proprio grazie a quel film, e al premio della giuria – presieduta da Sean Penn – a Cannes 2008, che il regista campano s’è aggiudicato questo grande attore come protagonista del suo ultimo film, appunto “This must be the place”.
Diciamolo pure, secondo me Sean Penn gigioneggia sempre un po’ troppo, finendo a volte per fare la caricatura di sé, e questa volta – complice un doppiaggio non all’altezza anche se oggettivamente difficile, data la voce in falsetto – è appunto una di quelle volte. Il film, nel raccontare la storia di una rockstar in naftalina che si trucca tutti i giorni con parrucca e rossetto come dovesse salire sul palco, quando invece è innamorato della moglie e un po’ depresso, cioè esageratamente normale, ricalca quel gusto grottesco eppure realistico che anima tutto il cinema di Sorrentino, a partire da quella grande idea di riprenderlo – durante il suo lungo viaggio per vendicare un torto subito dal padre appena morto – con appresso un trolley ipermoderno, le cui ruotine emettono un suono stridulo che da solo riesce a raccontare metà personaggio e metà storia. Eppure al festival di Cannes di quest’anno, nonostante la presenza in giuria di due americanissimi come Robert De Niro e Uma Thurman, il film non ha vinto nulla, manco il premio per il migliore attore. Giusto o sbagliato? Al netto che tutti i festival sono solo un gioco, e un gioco non sempre del tutto corretto, rivedendo il film sono d’accordo con quel verdetto penalizzante. “This must be the place” mi fa infatti pensare alla creazione di uno dei più grandi chef italiani, Gianfranco Vissani, e cioè i gamberoni rossi crudi all’Armagnac con rape rosse e fiocchi di latte alla liquirizia. Il piatto, pur traghettando profumi e sapori di per sé inebrianti, e materie prime eccellenti, non riesce a trovare una sua totalità espressiva, finendo così per “sgonfiarsi” molto di più di un qualunque altro piatto che – pure – nasce mediocre. Così capita nel film di Sorrentino: viene da dire “bravi gli attori, belle le musiche, buona la fotografia”, seguendo una perifrasi che sorge spontanea quando sentiamo che un film vive di momenti e singoli aspetti, non di unità.

Marco Lombardi


Potiche