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YAM'TCHA e AVANT L'AUBE
Un ristorante parigino, Yam'Tcha, incontra il film di Raphaël Jacoulot interpretato da Jean-Pierre Bacri (uscito in Francia il 2 marzo 2011)


     Mi trovavo a Parigi “per colpa” della Cinegustologia, a ritirare un premio internazionale. Sì sa cosa poi fanno, gli appassionati di enogastronomia e di cinema come me: ovunque si trovino vanno a cena in un posto sfizioso e poi a vedere un film. È quello che è successo a Parigi, e sono state due esperienze incredibilmente legate, nonostante siano capitate in due sere diverse.
     Avevo sentito parlare di Yam’Tcha (aperto da appena due anni, e già con una stella Michelin) da amici affidabili. Ero incuriosito non tanto dal suo mescolare la cucina francese con quella orientale, visto che spesso questo genere d’incroci risultano più modaioli, che di sostanza, quanto dal fatto che i piatti della simpaticissima Adeline Grattard, con due anni d’esperienza a Hong Kong, venivano affiancati da una serie di tè, abbinati esattamente come se fossero dei vini (tant’è che Yam’Tcha significa appunto “l’ora del tè”). Come spesso capita quando s’inizia una grande cena, quello che rimane più impresso è il primo piatto, anche se dopo ne seguono di altrettanto buoni. Così è successo, e quel primo piatto era un’insalata di cetrioli con del tofu affumicato condita con un aceto assai delicato. L’acidità di quest’ultimo dialogava con le note erbacee del tè verde servito in accompagnamento, e pure con l’affumicato del tofu, mentre la consistenza del formaggio, complementare rispetto alla croccantezza dei cetrioli, dava una traccia quasi grassa al piatto che così, grazie all’abbinamento col tè, aveva – nella sua semplicità – un equilibrio a dir poco eccellente.
     Due sere dopo sono andato a vedere “Avant l’aube”, un noir che m’aveva consigliato un amico critico francese. “È cavallo tra Simenon e Chabrol”, m’aveva detto, e anche in questo caso l’accoppiata risultava pericolosa perché i film che grondano di omaggi rischiano di non avere un’anima propria. Iniziava come un noir di quelli rigidi e un po’ scomposti (ecco Chabrol) che emanano croccantezza e acidità, proprio come i cetrioli e il condimento di due giorni prima. Proseguiva poi con una morbidezza che sa di fumo data dal rapporto di apparente amicizia fra il proprietario di un albergo degli Alti Pirenei (appunto Jean-Pierre Bacri) e il giovane receptionist – appena uscito di prigione – che vi lavora, un ragazzo i cui occhi comunicano con tenerezza il mistero della vita. Quella stessa consistenza la si trovava ancora nell’improbabile poliziotta – vestita con abiti buffi e sgargianti, che inciampa nella neve e ha l’aria di una bambina impaurita – che svolge le indagini per capire che fine abbia fatto un cliente dell’albergo, più avanti trovato morto a seguito di uno strano incidente stradale. Ma poi c’era pure il tè, a legare – con la sua antinomia, fatta di popolarità e complessità – questi due opposti: quel tè che nel film richiama le atmosfere di Simenon, le cui ambientazioni affatto aristocratiche sono solo un lato della medaglia rispetto alla ricercatezza psicologica con cui vengono descritte.
     Se il regista del film andasse a cena da Yam’Tcha, e lo chef a vedere “Avant l’aube”, capirebbero i due di avere qualcosa in comune?

Marco Lombardi


Potiche