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I Vini

Zuani vigne
Felluga 2009
gennaio 2011


Sono contrario agli uvaggi. È vero, mettendo insieme più vitigni le rispettive caratteristiche s’integrano vicendevolmente, con ciascuno che finisce per mascherare i punti deboli dell’altro, esaltando vicendevolmente il meglio di sé. Sono però contrario – ma questa è pura filosofia, o una semplice questione di gusti – perché preferisco sentire l’autenticità di un vitigno, e del territorio da cui trae origine, anche se il prezzo da pagare è qualche spigolo, o qualche carenza, o un’imperfezione di fondo. Ma sono anche contrario perché spesso gli uvaggi finiscono per trasformarsi in minestroni alla Coca-Cola, cioè delle ammucchiate di sapori che non si legano gli uni agli altri, o si annullano vicendevolmente, spesso colpa – anche – del troppo legno. Ma le regole, e i pensieri di ciascuno, esistono per essere infranti, ed è così che quando ho assaggiato questo “Zuani vigne” di Felluga ho innanzitutto sbagliato, pensandolo un monovitigno. Sapore fresco e pulito, con un’identità amarognola e minerale, e una compattezza di fondo. Ahimè, così non era, visto che il vino è frutto dell'incontro fra Sauvignon, Friulano (peraltro predominante), Pinot grigio e Chardonnay. La (nuova) identità viene ricreata al meglio, forse anche grazie all’acciaio, che rispetta il modo di essere di ciascuno, fino alla sensazione di trovarsi in una specie di limbo dove singolarità e pluralità stanno insieme, e bene. Per questo “Zuani vigne” m’ha fatto pensare all’ultimo film di Clint Eastwood, “Hereafter”, che racconta la storie di tre persone che s’incrociano grazie a quella specie di spazio che separa la vita dalla morte: uno l’ha infatti “provato” mentre era in coma, l’altro vuole provarlo perché lì ci sta il fratellino morto da poco tempo, l’ultimo – Matt Demon – lo prova suo malgrado in quanto, da sensitivo, entra nel passato e nell’anima di tutti. Ma questo “hereafter”, cioè questo “dopo la vita”, dove tutti gli spiriti starebbero insieme, e in armonia, sembra davvero un riuscitissimo uvaggio di tutti quanti noi. Così diversi, così incompatibili, così tesi all’affermazione di sé, eppure così – nel profondo – complementari, come se fossimo grappoli di un’unica vite. Di un unico Dio, che forse è tutti quanti noi messi insieme.

Marco Lombardi


Potiche